Un tempo le proteine erano territorio esclusivo di culturisti e sportivi. Gli scaffali delle palestre ospitavano barattoli colorati, le etichette promettevano muscoli scolpiti e performance al top. Oggi, invece, le troviamo al supermercato dentro uno yogurt “per la forza di tutti i giorni” o in un biscotto “ricco di proteine” pensato per la colazione di chi vuole restare in forma… anche a settant’anni.
La corsa alle proteine ha cambiato pelle: da nicchia sportiva a fenomeno globale che intreccia fitness, benessere e – soprattutto – invecchiamento attivo.
Ma quanto di questo fenomeno è giustificato da reali esigenze nutrizionali, e quanto invece è frutto di strategie di marketing? Ragioniamo insieme anche per capire perchè il siero di latte, un tempo scarto della lavorazione del formaggio, è diventato oggi una delle materie prime più ricercate dell’industria alimentare, trasformando l’economia del settore lattiero-caseario.
Quante proteine ci servono davvero?
Le proteine sono nutrienti essenziali per la sintesi e il mantenimento della massa muscolare, la produzione di enzimi e ormoni, il sostegno del sistema immunitario e il recupero tissutale dopo traumi o allenamenti. La quantità ottimale varia in base a età, peso, stato di salute e livello di attività fisica.
Le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO/FAO/UNU, 2007) e dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA, 2012) fissano il fabbisogno minimo intorno a 0,8 g di proteine per chilo di peso corporeo al giorno. Per una persona di 70 kg, significa poco più di 55 grammi al giorno – circa l’equivalente di un petto di pollo e mezzo.
Gli atleti hanno esigenze più alte: tra 1,2 e 2 g/kg/die secondo l’American College of Sports Medicine (2016). E poi ci sono gli anziani, per cui le raccomandazioni diventano più generose. Diversi gruppi di ricerca, come il PROT-AGE Study Group (Deutz NE, et al. 2014), suggeriscono fino a 1,5 g/kg/die per chi è in salute e fino a 2 g/kg/die in riabilitazione.
| Ente/Organizzazione | Popolazione generale | Atleti | Anziani (>65 anni) |
| OMS/FAO/UNU (2007) | 0,8 g/kg/die | Non specificato | Stesso valore della popolazione generale |
| EFSA (2012) | 0,83 g/kg/die | Non specificato | Stesso valore della popolazione generale |
| SINU – LARN (Italia, 2014) | 0,8–1,0 g/kg/die | 1,2–2,0 g/kg/die | 1,1–1,2 g/kg/die |
| American College of Sports Medicine (ACSM, 2016) | 0,8 g/kg/die | 1,2–2,0 g/kg/die | 1,2–1,5 g/kg/die |
| PROT-AGE Study Group (2014) | 1,0–1,2 g/kg/die | 1,2–1,5 g/kg/die | 1,2–1,5 g/kg/die (fino a 2,0 g/kg/die in caso di malattia o riabilitazione) |
| International Society of Sports Nutrition (ISSN, 2018) | 0,8–1,0 g/kg/die | 1,4–2,0 g/kg/die | 1,2–2,0 g/kg/die |
| WHO (World Health Organization, 2007) | 0,8 g/kg/die | Non specificato | Stesso valore della popolazione generale |
| American Dietetic Association (ADA, 2016) | 0,8–1,0 g/kg/die | 1,2–2,0 g/kg/die | 1,2–1,5 g/kg/die |
Chi consiglia di più e chi di meno
- OMS ed EFSA: approccio prudente, senza aumenti specifici per anziani o sportivi.
- SINU (Italia): lieve aumento per over 65 e intervallo ampio per atleti.
- ACSM e ISSN: valori elevati per entrambi i gruppi.
- PROT-AGE Study Group: aumenti significativi per anziani e pazienti in condizioni cliniche critiche.
Proteine e invecchiamento: perché aumentare le dosi?
Con l’avanzare dell’età, il nostro organismo diventa progressivamente meno reattivo agli stimoli che attivano la sintesi muscolare. È la cosiddetta resistenza anabolica: la stessa colazione proteica che a 25 anni stimola con decisione la costruzione di nuove fibre muscolari, a 70 anni produce una risposta molto più attenuata.
Le cause sono molteplici e si intrecciano:
- Ridotta sensibilità alla leucina, l’aminoacido chiave che “accende” la sintesi proteica muscolare.
- Diminuito afflusso di sangue ai muscoli durante e dopo i pasti, che rallenta l’afflusso degli aminoacidi.
- Calo di ormoni anabolici come testosterone, IGF-1 e DHEA.
- Infiammazione cronica di basso grado, che aumenta il catabolismo proteico.
- Ridotta attività fisica: meno stimolo meccanico significa minore capacità del muscolo di utilizzare le proteine introdotte.
L’impatto di questo fenomeno è misurabile: secondo dati European Working Group on Sarcopenia in Older People (EWGSOP2, 2019), la sarcopenia colpisce fino al 29% degli over 60 in Europa e oltre il 50% degli over 80. Una perdita che riguarda la mobilità, l’autonomia e il rischio di cadute e fratture. In sintesi, la qualità e la durata della vita stessa.
Il dato sorprendente: mangiamo già più proteine del necessario
Se l’impressione diffusa è che “non mangiamo abbastanza proteine”, i dati raccontano un’altra storia. Negli Stati Uniti, il consumo medio supera le raccomandazioni del 55% negli uomini e del 35% nelle donne (Callahan, 2024; USDA).
Negli Stati Uniti il consumo medio di proteine è già molto alto (+55% per gli uomini, +35% per le donne), secondo i dati della New York Times nutrition-foundation.it.
In Italia, secondo l’indagine CREA–SCAI del 2019 si consumavano in media 77 g/die — un eccesso del +37% negli uomini e del +57% nelle donne. Ma i dati IV SCAI aggiornati al 2025 mostrano che il consumo è salito a 84 g/die, equivalenti a un eccesso stimato del +50% per gli uomini e del +71% per le donne rispetto ai valori LARN.
Anche in Svizzera i dati menuCH (BLV, 2021) mostrano un consumo di 1,23 g/kg/die negli uomini e 1,10 g/kg/die nelle donne, sopra la soglia minima OMS.
Dal rifiuto industriale all’oro bianco
Il siero di latte, un tempo considerato un problema di smaltimento per i caseifici, oggi è una delle fonti proteiche più richieste. Negli anni Sessanta finiva nei fiumi o come mangime per i maiali.
Oggi viene filtrato, concentrato e trasformato in polvere con un contenuto proteico fino al 90%. In alcune aziende, come documentato dal New York Times (Draper, 2025), il margine di profitto delle whey ha superato quello del formaggio stesso, arrivando a incidere oltre il 10% sul prezzo del latte pagato ai produttori.
Il cambio di rotta globale
Fino a poco più di dieci anni fa, il 80% delle whey vendute nel mondo finiva nello shaker di un atleta. Nel 2023, la quota sportiva è scesa al 55–60% (Grand View Research, 2024). A crescere, e velocemente, sono i segmenti healthy aging e nutrizione clinica, che insieme valgono ormai il 40–45% del mercato.
E non è solo un cambio di canale: è un cambio di immaginario. Le aziende non parlano più solo di bicipiti e record, ma di “forza per ogni giorno” e “energia per tutte le età”. I prodotti proteici si travestono da yogurt, dessert, barrette e bevande ready-to-drink. La whey diventa invisibile, integrata nella routine di chi vuole invecchiare mantenendo muscoli e autonomia.
Il mercato globale vale oggi circa 11,7 miliardi di dollari e, secondo le proiezioni, sfiorerà i 18,5 miliardi entro il 2030, con il segmento anti-aging che cresce più di tutti (+9,5% annuo).
L’Italia segue il trend
Nel nostro Paese, il mercato delle whey vale tra i 30 e i 180 milioni di dollari, a seconda delle fonti, e dovrebbe arrivare a 300–350 milioni entro il 2032 (Mordor Intelligence, 2024).
La quota sportiva, che nel 2015 superava il 70%, oggi è al 55%. Il resto è diviso tra healthy aging (30–35%) e nutrizione clinica. La GDO spinge forte: +20% nelle vendite di prodotti “rich in protein” solo nel 2023 (Repubblica – Osserva Italia, 2024).
E il razionale scientifico è lo stesso che guida il mercato globale: combattere la resistenza anabolica con proteine ad alto valore biologico, ricche di leucina, facilmente digeribili.
Proteine e rischio di eccesso calorico: quando “più” non significa “meglio”
L’immagine comune delle proteine come “nutriente magro” rischia di far dimenticare che anche le proteine apportano calorie: 1 grammo fornisce 4 kcal, esattamente come i carboidrati. Quando l’apporto proteico supera il fabbisogno, l’eccesso viene deaminato e il carbonio residuo può essere convertito in glucosio o trigliceridi, contribuendo al surplus energetico complessivo (Westerterp, 2021).
Il rischio aumenta quando le fonti proteiche provengono da alimenti ultra-processati, spesso ricchi di zuccheri e grassi aggiunti: barrette, bevande “high protein”, dessert proteici. Diversi studi hanno mostrato che regimi iperproteici non controllati possono determinare incrementi della massa grassa nel medio-lungo periodo se l’introito calorico totale è superiore al dispendio (Smith et al., 2016; Pasiakos et al., 2015).
A livello epidemiologico, il database di Our World in Data (“Adult obesity vs protein supply”) mostra come un apporto proteico elevato non sia automaticamente protettivo contro il sovrappeso: negli Stati Uniti, con consumi medi di 110–120 g di proteine/die, il tasso di obesità adulta supera il 40% (World Health Organization – Global Health Observatory (2025) – processed by Our World in Data). Il dato suggerisce che la chiave non sta nella quantità di proteine, ma nell’equilibrio tra apporto energetico totale, distribuzione dei macronutrienti e qualità complessiva della dieta.
L’aumento proteico trova giustificazione in contesti specifici — come il mantenimento della massa muscolare nell’invecchiamento, la prevenzione della sarcopenia o il recupero post-allenamento — ma non dovrebbe essere adottato indiscriminatamente senza considerare il bilancio energetico complessivo.
Riferimenti bibliografici
BLV – Consumo di proteine in Svizzera: Risultati di menuCH, 2021.
CREA – I primi risultati dello studio IV-SCAI […] Itialia. Nutrition Foundation, 2025.
Callahan A. The Protein Boom: How Much Do You Really Need? The New York Times, 2024.
Draper K. How Whey Became Big Business. The New York Times, 2025.
Grand View Research. Whey Protein Market Size, Share & Trends Analysis Report, 2024.
Mordor Intelligence. Italy Whey Protein Market – Growth, Trends, and Forecasts (2025–2030), 2024.
Repubblica – Osserva Italia. Boom prodotti “rich in protein” (+20%) in Italia, 12 marzo 2024.





